Non tutti i desideri sono nostri. Alcuni li abbiamo ereditati, altri li abbiamo costruiti per reazione. Imparare a distinguerli è uno degli atti più liberatori che possiamo compiere.
A volte inseguiamo obiettivi che non sono coerenti con ciò che desideriamo davvero. Sono obiettivi figli di un forte condizionamento — del passato, degli altri, delle aspettative che abbiamo interiorizzato senza accorgercene. E anche quando li raggiungiamo, il risultato è deludente. Come un boomerang, ci riportano al punto di partenza — ma con un fallimento in più sulle spalle.
Non perché siamo incapaci. Ma perché stavamo inseguendo qualcosa che non era nostro.
Obiettivi autentici e obiettivi di reazione
Esistono due tipi fondamentali di obiettivi. I primi nascono da un desiderio autentico del cuore — qualcosa che sentiamo come profondamente nostro, indipendentemente da ciò che pensano gli altri. I secondi nascono dal condizionamento — dalla necessità di dimostrare qualcosa, di vendicarsi del passato, di corrispondere a un’aspettativa.
Se lavoriamo per raggiungere i primi, saremo sulla strada della nostra realizzazione. Se inseguiamo i secondi, ci allontaniamo da noi stessi — anche quando li raggiungiamo.
«Quando c’è rivalsa, c’è condizionamento. Il desiderio autentico non ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno.»
Obiettivo autentico
- Nasce da un desiderio del cuore
- Non richiede l’approvazione altrui
- Porta gioia anche nel percorso
- Non dipende da ciò che è accaduto in passato
- Perseguirlo ci avvicina a noi stessi
Obiettivo di reazione
- Nasce dal condizionamento o dal passato
- Serve a dimostrare qualcosa
- Porta tensione e urgenza
- È una risposta a qualcuno o qualcosa
- Perseguirlo ci allontana da noi stessi
Il paradosso della rivalsa
Uno degli esempi più comuni di obiettivo reattivo è quello nato dal desiderio di dimostrare agli altri — o a noi stessi — che non siamo come ci hanno sempre detto. Se ci è sempre stato ripetuto che siamo inconcludenti, potremmo sentire l’urgenza di portare a termine qualcosa — qualsiasi cosa — solo per smentire quella voce.
Ma portare avanti qualcosa che non ci appassiona non è una vittoria sul condizionamento. È una risposta in reazione a esso. E quando siamo reattivi verso qualcosa, è perché quel qualcosa ci possiede ancora.
Perseguire un obiettivo reattivo sottrarrà tempo ed energie a ciò che invece ci rappresenta davvero. Non è una vittoria — è un autogol travestito da successo.
Il condizionamento nelle relazioni
Il condizionamento non agisce solo negli obiettivi professionali — si insinua anche nelle relazioni affettive, spesso in modo ancora più sottile.
Possiamo vivere rapporti belli e autentici, ma se non hanno la forma che ci aspettiamo, entriamo in crisi. Se il partner non chiama abbastanza, concludiamo che non gli importa. Se non vuole sposarsi, concludiamo che non ama abbastanza. Se ha passioni personali, concludiamo di venire al secondo posto.
Ma a volte la realtà è molto diversa da come ci appare. Credere che i rapporti debbano necessariamente avere la forma che è nella nostra mente è una trappola del condizionamento. Non un bisogno autentico — un copione ereditato.
Ancora più insidioso è il caso in cui cerchiamo di realizzare un sogno non vissuto attraverso la persona sbagliata. Se avremmo voluto sposarci e non ne abbiamo avuto l’occasione, potremmo cercare di raggiungere quell’obiettivo con qualcuno che non è la scelta giusta. Ma questo non è coronare un sogno — è lasciare trionfare un condizionamento.
Come riconoscere il desiderio autentico
Come distinguiamo un obiettivo autentico da uno reattivo? La risposta è nell’emozione che lo accompagna.
Quando l’obiettivo è autentico, non sentiamo la spinta a dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Sentiamo invece la gioia — quieta, solida, non dipendente dall’approvazione altrui — di muoverci nella direzione giusta. Anche le difficoltà del percorso hanno un senso, perché sappiamo perché le stiamo attraversando.
Quando l’obiettivo è reattivo, c’è qualcosa di teso, di urgente, di dipendente. C’è bisogno di conferma, di riconoscimento, di rivincita. Il raggiungimento dell’obiettivo non porta pace — porta sollievo temporaneo, e poi un nuovo vuoto.
«Il desiderio del cuore non ha fretta di dimostrare nulla. Sa già dove sta andando.»
Cosa fare con questa consapevolezza
Il primo passo è l’onestà. Chiedersi, per ogni obiettivo importante: questo è davvero mio? O lo sto inseguendo per reazione a qualcosa o qualcuno? La risposta non sempre è immediata — ma l’interrogativo stesso apre uno spazio di consapevolezza che prima non esisteva.
Il secondo passo è il coraggio di scartare gli obiettivi che non ci appartengono — anche quando sembra un passo indietro, anche quando gli altri non capiscono, anche quando l’ego protesta.
Coltivare solo ciò che è davvero nostro non è egoismo. È il modo più responsabile di usare il tempo che abbiamo.
